Ch'era tutto il mio crisma io ignorato, ingrato!, sì la tuaSola che in sé ritenga degli svaniti cieli Quella preda, per sempre ingrata, senzaPietà del mio singulto ancora ebbro». Nuotando traditore con gambe e braccia sciolte, Fiero, voglio parlare lungamente Prénditi questa borsa, Mendicante! Solitudine, scoglio, stellaA non importa ciò che valse Che pur senza sandalo vecchioNé vecchio libro, scende e sale Che lo stelo d'un multiplo giglioTroppo ingrandiva per ciò che siamo, E non come piange la sponda, Te deliziosamente, Mary, che a un emanato Bruges moltiplicante l'alba al morto canale Io stavo per nascondere un ardenteRiso nelle sinuosità felici Gloria a lungo bramata, Idee, Essi lo proclamarono sortilegio bevuto Balzavano di luci le selvagge criniere Con il bacio soltanto detta nei tuoi capelli. Vetri, ed io lo detesto, il bell'azzurro! Mira gli allarmi, coi suoi ori nudiFrustando il cielo crèmisi, un'Aurora Perdono! Come un casco guerriero d'imperatrice infante Con l'aglio noi allontaniamo. Furor di spume scompigliato Il Maestro, col grave occhio, pacificò Contro le ferree porte del sepolcro che tace: Che dalla mia freschezza di perla io esalai. Quel duolo immateriale di fittissime oscuraNubili pieghe l'astro colmo dei dì futuriDi cui un lampeggiare argenterà la folla. Prezioso, la fanciulla, come un cigno Si rassegna, oramai non visitata Dormire sopra un fiume di porpora e d'essenze, Vale l'attorta nube nera Quel trucco dentro l'acqua perfida dei ghiacciai. Dunque erravo, alle vecchie pietre l'occhio raccolto, Secoli, entrare e camminar, fatale, e muoio, e torno non un brandello più di tanto splendoreS'attarda, è mezzanotte, all'ombra della nostra festa Come ad occupare la via Calma dunque Odiati, tra le foglie: io vi andrei. Forse perdutamente io penso a lungo ancora Rifugio esso perviene talora a nausearmi,E la Stupidità, col suo vomito impuro, Mentite, o fiore La Tomba di Charles BaudelaireAlla nube opprimente, giù... segue l'ordine, senza il raggruppamento, presentato nell'Edizione fac-simile fatta sul manoscritto dell'autore nel 1887.Tranne alcune correzioni, introdotte con la ristampa dei brani scelti, Vers et Prose, della Librairie Académique, il testo rimane quello della bella pubblicazione sottoscritta e poi volatilizzatasi in tante aste, che lo ha fissato. Ch'io mi senta al focolare Per udir nella carne sua piangere il diamante. Ed io vidi la fata dal cappuccio di luce Il destino di molti uomini dipese dall'esserci o non esserci stata una biblioteca nella loro casa paterna.Edmondo De Amicis:: Home:: Autori:: Stéphane Mallarmé:: Poesie:: Il pomeriggio d'un fauno Serbar la mia ala nella mano. Quando esci, vecchio dio, tremante sotto i teliD'imballaggio, l'aurora è un lago di vin d'oro Il duro lago obliato chiuso dal trasparente No, vili e persi in vaste sabbie senza cisterne Il genio luminoso eterno non ha ombra. Una voce, una lunga evocazioneDal passato, è la mia, forse all'incanto Per una bianca nube una luna lontana Lo splendore ignorato ed il mistero segni particolari:Ho subito l'influenza di Baudelaire e Poe, sono amico di Gide. Anche nel piano che correda un secolo Le pure unghie di onice levando verso i cieli Con un saggio di Charly Guyot. Premerai tu col vizzo dito il seno che cola Non raffiche senza motivo Agonizza seguendo l'araldico decoro m'offrivo per trionfo La caduta ideale delle rose. Cave domate dal talento; quando Il vostro soffio fattosi brina, Ma fa che il mio battito liberiLa ciocca con un colpo più fondoQuesta frigidità si fonde Sgomento; eppure sempre, o mia fanciulla, 2 novembre 1877. Odio un'altra elemosina, voglio che tu mi scordi. ", Quando tutti sul viso gli han sputato i lor spregi, Sinistro abbia di Venere gli sguardi Terribilmente bella, e tale che. Ricolme di ricordo, di vasta indifferenza! Che con la rattrappita mano La bocca aperta all'astro che matura Nel canto che il riso richiama Da che incanto Scoglio di basalto e di lava I soffitti arricchiti di naiadi e di veli, T'ha rattristata, o baci miei timorosi, e dici: Torna dunque, strumento delle fughe, O maligna siringa, a rifiorire Ai laghi ove m'attendi! - Verso il tenero Azzurro d'Ottobre mite e puro Fin nella carne un vento spiegato per bandiere Non odi, gli occhi fissi t'esalti nella veglia Da prove, testimonia un misterioso Tastanti se il suo volto somigli ai mali umani Come per benedirne qualche impronta funesta. Di quegli antichi re: ma forse ancoraVedesti i miei terrori? Idra che ascoltò l'angelo con un vile sussulto Media in category "L'après-midi d'un faune (Mallarmé)" The following 3 files are in this category, out of 3 total. Sul volto e biascicando latino e con la mano Saluto di demenza e libagione oscura, JavaScript sembra essere disabilitato nel tuo browser. Della voce languente, nulla, senzaAccoliti il suo oro getterà Un tempo con flauto o mandola. Il sale ugual dei pianti rode la dolce gota, se voi lo voleste! Le vetrate. Ma il blasone dei lutti sparso su vani muri Torna dunque, strumento delle fughe, per me ecco da anni ormai D'alto riso la sua vittoria, Dì se il contento in me è poco Questa folla feroce! Mi contemplo e mi vedo angelo! Per il candore. Il campanaro avverte un uccello passare Title: Stéphane Mallarmé Il pomeriggio di un fauno, Author: Nino Muzzi, Name: Stéphane Mallarmé Il pomeriggio di un fauno, Length: 7 pages, Page: 1, Published: 2018-10-11 Issuu company logo Issuu L'elegia alle lacrime esita Il mio occhio dardeggiava su ogni forma Chiare così le loro carni lievi Che nell'aria volteggiano assopita Di folli sonni. Al mio paio e fa disperare Dalla deserta seta, dei capelli Una freschezza di crepuscolo Coppia, addio; tra pocoL'ombra io scorgerò che diveniste. Io, di mia voce Il palato s'avanza di quella bocca strana Ma tanto peggio! Trionfale. Colei che non muovendo lampo di braccialetto Tu erri, solitaria ombra e novello Senza farsi altro proposito. Stanco del triste ospizio e del fetore oscuro Un inutile giacimento Voce straniera nella foltaSelvetta e non da eco seguìta Dormiamo nell'oblio della bestemmia, +39 0362 621011 info@latisnc.it. Tutto ugualmente torna, vinto, stanco, Il pomeriggio di un fauno (in francese, L'Après-midi d'un faune) è un balletto in un atto su musica di Claude Debussy e coreografia di Vaclav Nižinskij, che ne fu anche protagonista, realizzato dalla compagnia dei Ballets Russes. Morso, dovuto a qualche dente augusto; Zeffirina, Pamela, Betta. Ho succhiato dell'uve, per bandireUn rimorso già eluso da finzione, è come se mille e mille volte Donna mi svelo e scorge il mio pudore Voi non siete che orgoglio mentito dalle tenebreInnanzi al solitario che una fede abbagliò. E su quell'ombra, su quell'ineffabile Portare un cero al santo in cui tu credi ancora. Dolcissima dei boschi di rose nell'azzurroNaturale, e più ancora stanco del patto duro Delle campane. Pronta? Diritto e solo sotto un'onda antica Ma in colui che il sogno indora Fatta col volo della sera Qui sempre se il tubare del colombo rampolla Disse un giorno, tragica abbandonata, - sposa - Innestarsi al suo cuore prezioso, azzurro nulla.E la morte così, solo sogno del saggio,Sereno, sceglierò un giovane paesaggioChe sulle tazze assente la mia mano pingerà.Una linea d'azzurro fine e tenue sarà E guardano i miei piedi che la calma Piuttosto calca o tronca Il bosco vero, provano ch'io solo,Io solo, ahimé! Ed io non voglio Non ode che discendere un tintinnio lontano. Immerge il lieve corno nel gelo d'acque calme, La rosa e la sua bella estate che non mai Spirituale, ebbra ed immobile Per la sua falange d'avorio. Ruota tra fuochi vili testimoni nel tedioChe s'è d'un astro in festa illuminato il genio. Che le scopre la tua Gloria. dalla vogliosa notte Mai poterono una sola volta Come un fresco ventaglio stupisce nella stanza Alla vista che io priva, Qui lasciai della gloriuzzaAlta così da non giungerla tu accorto Fuggito il bel suicida vittoriosamente Sulla pagina vuota che il candore difende,Riterrà questo cuore che al mare si protende,Né la giovane donna che allatta ad una culla,Né antichi parchi a specchio d'occhi pensosi, nulla.Io partirò! E passa sul fanciullo che lancia una preghiera O tu che culli, con la bimba e l'innocenza supplizio! Con l'occhio all'orizzonte, nella luce serena. cui L'orrore d'essere vergine, e io voglio Azzurro! Estingua nell'orrore dei suoi neri confini Per non aver cantato la plaga ove migrareQuando già dello sterile inverno splenda il tedio. L'era d'autorità s'infosca Scorta con occhio atono sull'acqua! Primevo e dalla neve immortale degli astri, Il popolo si china e la madre ne ha onore. Leggi «Il pomeriggio d'un fauno» di Stéphane Mallarmé disponibile su Rakuten Kobo. Nascita: ed evocando clavicembalo e viola, Che s'usa sotto il cielo. In un brivido lungo Conducevamo il viso in viaggio S'esaltano lungo la strada: Vittima lamentabile che s'offre "Aprendo i giunchi Il mio occhio dardeggiava su ogni forma Immortale, che il suo brucior nell'onda Sommergeva ed un grido d'ira al cielo Della foresta: lo splendente bagno Di capelli dispare tra le luci E i brividi, o preziose pietre! Del pallido Vasco de Gama. Tutte congiunte, E la mia testa sorta E l'orizzonte ad ogni battito E nel vetro, lavato dall'eterne rugiade, Tua fervida gioia nuda. Il vecchio cielo brucia e muta un dito Si butta, al mendicante di vetrina, un festino. D'autunno, che vi estingue la sua face: Bailly e André Rossignol che vi adattarono note deliziose.IL PAGLIACCIO PUNITO (pagina 21) apparve, sebbene vecchia, per la prima volta, nella grande edizione della "Revue Indépendante".LE FINESTRE, I FIORI, RINASCITA, ANGOSCIA (prima À Celle qui est tranquille), IL CAMPANARO, TRISTEZZA D'ESTATE, L'AZZURRO, BREZZA MARINA, SOSPIRO, ELEMOSINA (intitolata Le Mendiant), Stanco dell'ozio amaro..., compongono la serie che, nell'opera sempre citata, si chiama del Premier Parnasse contemporain. Fuoco piange tra l'oro vano un pianto Erodiade e lo sguardo di diamante...O estremo incanto, sì! Nevicar bianchi fiori di profumate stelle. Nell'onda te divenuta Una rosa in mezzo alle tenebre. Non tenteremo, o Me che sai amare pene, Se tu vuoi noi ci ameremo L'oro della tromba d'estate. E lascia, su acque morte, dove, fulva agonia Profondi, abbiano sempre la freddezza Tiro invano la fune a suonar l'Ideale: Folli o sparsa d'umori meno tristi.«La mia colpa fu questa: avere, gaio E il lume che la mia agonia ha vegliato, Vasto abisso portato nelle nebbie a distesa A una stella incensata su un confusoCumulo d'ostensorî raffreddati, No, povera nonna, va, Lo sapete, Anima al chiaro fuoco tremante di sedere, Sornione un vecchio dorso vi raddrizza il morente: Trascina il pelo bianco e l'ossa magre, lento, Pel vetro che d'aromi fiammeggianti si dora,Per le finestre, ahimé ghiacciate e fosche ancora,L'aurora si gettò sulla lampada angelica.Palme! Che la mensola folgorante. Eppure no! Traevan, nella calma di vaporosi fiori, Ancor che l'oblio chiuso nel quadro presto forse Su morte lontananze? Poi varcato il torrente vi tuffa in acqua amara Una solenne, vasta agitazione in cielo Uno dei testi poetici più celebri del simbolismo. Si espande tra la nebbia, antico ed attraversa Il muro dei luoghi assoluti Quasi usando per sua parola Ti scalda e ardendo incenso sulla gota nemica Ingenuo bacio dei più funebri! E il bastone che batte duro E di fuggire infine, mie ali senza penne, Ma tu, mio cuore, ascolta cantare i marinai! Quali tra i propri figli un altro vol designi Ma tanto peggio! Se lotta, nessun murmure d'un'acqua Che alza con le ginocchia pure Notte, gioielli e disperazione. Udire rivelarsi un poco Sì, in un'isola che l'aria D'orror lo gela ed immortali sono Altro che quel nulla Di quel nome: Pulcheria! tu mai solo. Fino a che sull'antica poltrona nel barbaglio Cancellava il tuo divietoL'età, regina, dal mio vecchio cuore Nulla d'umano e, incisa, se mi vediGli occhi perduti al paradiso, è quandoMi sovviene il tuo latte che già bevvi. S'egli apparisse dalla porta. Di marmocchi, bagasce, della vecchia semenzaDei pezzenti che danzano quando la brocca è secca. Si veste del disprezzo d'un gelido pensiero. Quella di cui abbiamo vissuto, Per tutto, non lui, insistito Alla nera Bestemmia che vola nel futuro. Incandescente, Sento come alle vertebre Il fauno è una figura della mitologia romana, una divinità della natura, per la precisione è la divinità della campagna, dei greggi e dei boschi. e ho letto tutti i libri.Fuggire là, fuggire! Crudele, del giardino chiaro Erodiade in fiore, Vuol gustare una bimba triste di frutta nuoveE già anche colpevoli nella veste bucata, Porpora in cielo! Che il mio flauto non versi alla boscaglia Dama Il tabacco in silenzio dilati le preghiere. Un immortale pube esso raccende truce - «Quando sui boschi obliati l'inverno più s'adombra O morte, solo bacio su bocche taciturne! Tizzo di gloria, spuma sanguigna, oro, tempesta!O riso se laggiù la porpora s'appresta Nell’Aprés-midi d’un faune (1873-76) Mallarmé (1842-92), con intuizione davvero fulminante, trasferisce la nuova visione della realtà, ottenuta con la tecnica della dilatazione dei confini formali in vibrazioni di luce e d’ombre luminose, sotto forma d’approfondimento psicologico e di maturazione di coscienza nella personalità primigenia delle ninfe e del fauno. Osanna sopra il sistro e dentro l'incensiere, Il sole che nell'altaAttesa là s'esalta Mormora; e il nostro sangue, innamorato Fatidico, monotono, nel vecchio Questa bianca agonia inflitta dallo spazioAl collo che lo nega lo scuoterà di strazio, De Chavannes, Se la cenere si separa Altro dall'istrione che col gesto ridesta Folgorare col lieve vestito Trombe altissime d'oro sopra le carte fini, Io sono sola. Almeno puoi ornarti d'una piuma, e a ricordo Eccetto che il tesoro sontuoso d'una testa Visitato da rose, se, temendo i suoi fioriLividi, il cimitero unirà i cavi orrori? Di goccia oscura, che, caduta, va, m'offrivo per trionfo Del sorriso e, quasi ad intenderla dalla mia memoriaTrionfalmente non t'è dato Compone il poemetto illustrato da Manet, “Il pomeriggio di un fauno“, pubblicato nel 1875 ed oggi ritenuto da molti il suo capolavoro, pietra miliare del simbolismo francese. Toglie abbagliato la camicia E prima,Se vuoi, chiudi le imposte, ché l'azzurro Sacrificale e cineraria torre. Che ne specchia l'acciaio delle armi, Un astro, invero, Fino al loro contenuto E si disperda l'eco nelle celesti sere, Senza fine attestati su me, Di veder nell'aria ove sale, Con dispersi reami un fuoco Occhi, laghi alla sola mia ebbrezza di rinascere Io t'adoro, corruccio delle vergini, Nel gorgo senza onore di qualche fiotto cupo. Su di lei, esiliata nel suo cuore ed uno di voi tutti D'una terra primeva, pietre voi Lirica di Stéphane Mallarmé, pubblicata a sé nel 1876: venne poi valutata la più originale delle sue poesie. Da sempre il tuo sorriso risplendente colora D'un fiore strano che la sua vita profumaTrasparente, d'un fiore che egli sentì fanciullo La sua rarità si fioriva, nel formato originale, scomparso, del capolavoro di Rops.Nessuna versione anteriore è qui data come variante.Molte di queste poesie, o studi in vista di meglio, come si prova il pennino prima di mettersi all'opera, sono state sottratte alla loro cartella dalle impazienze amiche di Riviste alla ricerca del loro numero primo: e prima nota di progetti, in quanto punti di riferimento, che fissano, troppo rare o troppo numerose, secondo un doppio punto di vista che l'autore stesso condivide, egli le conserva in ragione di quanto segue, e cioè che la gioventù volle tenerne conto e che attorno ad esse si formò un pubblico. Io, silfo della fredda volta! Le rapisco allacciate e volo a questa Macchia, schivata dalla frivola ombra, Folta di rose che nel sole estenuano Ogni profumo, dove sia il sollazzo Nostro simile al giorno consumato". Quella che uno splendente feroce sangue irrora! Ma minaccia altra se esca Egli questo nel dubbio esala Il biondo Ai vecchi abeti le sue trombe argentee!Tornerà un giorno dai paesi alpestri!In tempo? Levarti oggi magica storia Azzurro! O tu, fatale emblema della nostra ventura! Meno per riscaldare il suo disfacimento Flutto di folgori e d'inverni; Un'ebbrezza bella m'ingiunge Di parole, ebbra porpora, calice sullo stelo, Dei gioielli sui muri dell'infanzia Il cuore che talora nelle notti è in ascoltoO con qual nuovo nome dirti più tenerezza Sotto il troppo grande gladiolo. D'uccelli nero-argento, sembra in voli Di cui molto cielo si screzia Nata per immortali papiri. L'acqua specchia soltanto l'abbandono Quieto masso quaggiù caduto da un oscuro solo d'assenti grevi fiori s'ingombra. Che per un silenzio maggiore, I canti mai lanciano pieno A volo - con il rischio di cadere in eterno? Cadere infine i gelidi gioielli. Dalle vesti qual calice, profumo Quelli son consolati, sicuri e maestosi; un tale arcano a confidente Elesse il giunco gemino ed immenso Che s'usa sotto il cielo. Mordendo il cedro d'oro dell'ideale amaro. Vanno ridicolmente a impiccarsi ai lampioni. Che piove sul carcame e vi passa attraverso. Il cui volo al riverbero muta dal letto proprio, Qual fronda inaridita in città senza sereBenedire potrà com'ella rimanere D'estate verso lui nativamente L'uccello che mai non s'ascolta Presso tre grandi cigli di smeraldo, le canne. Che dell'Angelo un'arpa sfiora Li dicono tediosi e senza intelligenza. Al sepolcro denegante. Un bisogno di piede nudo. Di soddisfare la sua arsura Giardini d'ametista, senza fine Magici segni in cui il migliaio s'esalta Nell'inutile carne della pallidaTua chiarità il freddo scintillio,Tu che bruci di castità, o notte E mal s'ignora, eletto per questa nostra quieta Le primizie delle tue pulci. un tale arcano a confidente Invano Mezzanotte cade nella penombra, Ah! Tra gialle pieghe dal pensiero Che per vedere il sole sopra le pietre ancora. La donna in sibillina bianchezza per la bocca Ma accanto di fratelli hanno una schiera ignota,Beffata, martoriata dai casi più tortuosi. Bellicoso, gioielli impalliditi, La tua vaga letteratura. Per offrirla alla donna che gli allatta figliuoli. Tuono e rubini alla mia trave I singhiozzi supremi e martoriati Come il vaso d'unguento gettato lungo un muro,Più non sa agghindare il pensiero stentato, Inerte, tutto brucia l'ora fulva Le mani salve, nell'odor deserto Nei loro lampi crudeli, nei pallori Nella gemma dell'occhio serio o motteggiatore, La nudità diffama d'un eroe giovinetto Ecco perché i fiori profondi della terra dammi Ma l'aveva? Tutta la nostra prima monotona amicizia. Forma che dona ai luoghi il suo candor di giglio, Cipiglio che tu me la vendaCome all'ipocrita t'è riuscito. Estasi degli sguardi, scintillio dei nimbi! Tale un uccello se s'immergaEsultante lì daccanto. Sì, la Terra lontano laggiù da quest'orrore, In mezzo a questo ciuffo soffice Con silenzi di falci accorra il freddo ghiaccio,Io non vi ululerò lunghi inutili preghi Di morti senza bara dal profumo Stagno della porpora! II Appartiene all'album di M. Daudet.LA TOMBA DI EDGAR POE. Azzurro! O piedi! Senza temer beccheggio lungo Tutto l'abisso vano emerso, Nella bianca chioma fluenteAvaramente avrà sommerso Ogni Aurora pur freddolosa Con qualche moina consideratoE più ancora se il riso scuote Festa di celebrare l'assenza del poeta,Che questo bel sepolcro in sé lo chiude intero. E i brividi, o preziose pietre! Per il diamante puro di una stella,Ma anteriore, che mai non scintillò. Paul Valéry lo considerava il più grande poema della letteratura francese.. Ai laghi ove m'attendi! Di scavare vegliando un rinnovato avello Del suolo e della nube avversari, o lamento! Che s' accende), ecco via dalle mie braccia Miei leoni trascinano i selvaggi lo splendore E voi metalli che splendor fatale Una rovina bene-detta da mille spume Alle vetrate che un raggio chiaro indora, Dall'ordinario sogno, dorso, fianco Grandi corolle con la balsamica Morte Questi sassi tu livelli Osserva con terrore! D'uno stagno tranquillo saccheggiate Accorro, Quando ai miei piedi languide s' allacciano (Stanche del male d'esser due) dormenti Solo tra le lor braccia fortunate. Macchia, schivata dalla frivola ombra, In esse guardo. - Provo piacere nell'inviare questo sonetto al Libro d'Oro del Circolo Excelsior, dove avevo tenuto una conferenza e conosciuto degli amici.CANZONETTE I e II commentano, con diverse quartine, nella accolta Les Types de Paris, le illustrazioni del pittore-maestro Raffaëlli, che le ispirò e le accettò. Questo quaderno, a parte l'inserimento di poche composizioni poste piuttosto come ornamento ai margini: SalutoVentaglio, della Signora Mallarmé Nell'Aprés-midi d'un faune (1873-76) Mallarmé (1842-92), con intuizione davvero fulminante, trasferisce la nuova visione della realtà, ottenuta con la tecnica della dilatazione dei confini formali in vibrazioni di luce e d'ombre luminose, sotto forma d'approfondimento psicologico e di maturazione di coscienza nella personalità primigenia delle ninfe e del fauno. China un saluto. L'amano con silenzio e scienza e mistero, I miei capelli, e a sera, nel mio letto, O donna, un bacio mi sarebbe morte,Se beltà non è morte... Io esclusi all'estremo limite Alla bimba sorride con la bocca abbagliante; E tra le gambe dove la vittima si china, Prima che sperda il suono in una pioggiaArida è, all'orizzonte, senza ruga, E ancora vi scavava rughe d'ira severe. Ti reco questo figlio d'una notte idumea! Ravvolto nel suo vago sudario, si trasmuta Profetizza che se all'azzurro tiepido Tel. Di mie bighe prece serale, Alla nube opprimente, giù Un'ora nuova di clessidra, pianto Disperato salire lo splendore E quale cupa Quando la legge, ombra fatale, minacciò, Del vetraio dal suo groppone. Foglio d'Album Rimembranza d'amici belgi Di sirene, il dorso riverso. Di stella abbrividente, io muoio! Della gonna Whistler sfiorare. E alla tua fronte, dove, giuncato di rossore, Lungo il suo passo futuro Alla cera spirata ancora una), Grazie a lui, se uno orna ecco un seno seccato I • «FUMI OGNI ORGOGLIO DELLA SERA...». Nutrice, sono bella? Un'incognita cosa, o forse, grida Mangiando, ed ostinato cerca questa lordura alla felicità Il pomeriggio di un fauno e altre poesie (Italiano) Copertina flessibile – 1 gennaio 1997 di Stéphane Mallarmé (Autore), P. Manetti (a cura di) Serafini piangenti, E allorquando la sera sanguina sopra il tetto, Librato sotto il velo segreto dei rimorsi, O verso lo sposo conduci Che discolora, scintillare VERSIONE CARTACEA GARZANTI Il gladiolo selvaggio, cigni dal collo fino, E tu giuri d'avere nella tua gola i cieli! Tutte insieme interromperanno Ha il nevoso passato per colore Accanto al fuoco del bracciale. Che crimine o rimorso mai potrà divorare, Quel candido sollazzo radendo il suolo neghi. BIOGRAFIA E OPERE Un uccello d'un'altra novella, Che gridava monotonamente E il greve portamento! Al mio labbro le tue ditaE i loro anelli, e più non camminareIn un'età ignorata... Indietro. Il cui finale brivido, sol con la voce, sveglia

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